La battaglia ancora aperta per la cannabis in Italia: intervista a Matteo Mantero

La battaglia ancora aperta per la cannabis in Italia: intervista a Matteo Mantero

A distanza di anni dalle prime proposte di riforma sulla cannabis e in un momento particolarmente delicato per il settore della canapa industriale, abbiamo intervistato Matteo Mantero, ex senatore, attivista e autore del libro “Una pianta ci salverà. Storia virtuosa della canapa” dedicato alla storia del proibizionismo della canapa. 

La nostra intervista a Matteo Mantero

Con Matteo abbiamo parlato del bilancio delle battaglie parlamentari, delle responsabilità della politica, delle prospettive economiche per l'Italia e del futuro della cannabis light.

Guardando agli ultimi anni di battaglie parlamentari sulla cannabis, qual è il bilancio che fai oggi?

Purtroppo il bilancio è negativo. Con l'attuale governo non potevamo aspettarci passi avanti; semmai speravamo di evitare alcuni passi indietro che invece ci sono stati. È un governo di destra, con una visione fortemente conservatrice su questi temi, e sta portando avanti ciò che aveva promesso. Il problema, però, viene anche dai governi precedenti.

Quando il Parlamento ha avuto i numeri per cambiare le cose, non lo ha fatto. Penso alla proposta di legge dell'intergruppo parlamentare, firmata da oltre 200 deputati: c'erano le condizioni per approvarla almeno in uno dei due rami del Parlamento, ma è mancata la volontà politica. Anche nella scorsa legislatura, durante il Governo Conte II, con Movimento 5 Stelle e Partito Democratico, esistevano i numeri per intervenire. C'era la possibilità di regolamentare il settore, eppure non si è avuto il coraggio di farlo. 

Quindi è una mancanza di volontà politica?

Sicuramente ci sono molti parlamentari che, a livello individuale, si impegnano sinceramente su questi temi. Tuttavia i partiti, nella maggior parte dei casi, non li sostengono davvero. Anche dalla mia esperienza diretta posso dire che non esiste un appoggio politico strutturato.

La cannabis viene ancora considerata una questione divisiva e scivolosa, ma in politica tutte le scelte importanti sono divisive. Regolamentare questo mercato sarebbe una scelta pragmatica: significherebbe tutelare la salute pubblica, contrastare la criminalità organizzata e dare regole certe a un settore economico esistente. Inoltre, la maggioranza degli italiani sarebbe favorevole ma purtroppo le forze politiche non lo sono. 

Dobbiamo aspettare un cambio di governo per vedere una normativa che tuteli il settore? Oppure il problema è più profondo e riguarda i limiti strutturali della politica italiana?

Con questo governo non possiamo aspettarci nulla, questo è evidente. Un cambio di governo potrebbe certamente aprire la strada a una nuova discussione. Allo stesso tempo, è fondamentale continuare a fare quello che stiamo facendo come attivisti: parlare di questi temi e mantenere alta l'attenzione pubblica. Bisogna far capire ai partiti che si definiscono progressisti che, per molti cittadini, queste non sono questioni secondarie da tirare fuori soltanto durante le campagne elettorali. Se non c'è una spinta forte dall'esterno, difficilmente il Parlamento agirà da solo.

Lo abbiamo visto con il testamento biologico: ci siamo arrivati con vent'anni di ritardo, ma ci siamo arrivati grazie al lavoro delle associazioni, come l’associzione Luca Coscioni, dei cittadini, delle manifestazioni e delle persone che hanno persino affrontato processi per portare avanti determinate battaglie.

Se la pressione continuerà, sono convinto che anche sull'autoproduzione e sulla regolamentazione della cannabis arriveremo a risultati concreti, seppur in ritardo rispetto ad altri Paesi.

L'Italia sta quindi perdendo un'opportunità economica e agricola rispetto ad altri Paesi europei?

Assolutamente sì. Proprio questa mattina parlavo con una commerciante di Savona che sta valutando il momento migliore per vendere il proprio negozio e trasferirsi in Spagna. È solo un esempio, ma rappresenta una situazione diffusa.

L'Italia ha un territorio ideale per la coltivazione della canapa. Mi piace fare il paragone con la vite: così come esistono varietà differenti coltivate in ogni regione, lo stesso potrebbe avvenire con la canapa. Purtroppo una normativa instabile e contraddittoria non fa bene a chi ha investito in Italia. Chi ha investito in questo settore spesso lo ha fatto per passione e per amore della propria terra, ma molti hanno chiuso e altri sopravvivono con grandi difficoltà. Inoltre, l'incertezza normativa impedisce l'arrivo di investimenti esteri che avrebbero potuto contribuire allo sviluppo del settore. Stiamo perdendo una grandissima opportunità.

Qual è il futuro più realistico della cannabis light in Italia? 

A mio avviso il Decreto Sicurezza è stato soprattutto un'operazione di comunicazione politica. Si è voluto trasmettere il messaggio che la canapa sia pericolosa, anche nella sua versione light, inserendola all'interno di un provvedimento dedicato alla sicurezza. Credo che l'obiettivo fosse quello di contrastare la normalizzazione che il settore stava producendo.

La presenza di negozi, prodotti alimentari, birra, pasta e altri derivati aveva iniziato a modificare la percezione delle persone sulla pianta, mostrandola per quello che è realmente: una risorsa per la produzione di tessuti, alimenti e numerose applicazioni industriali, e non soltanto l'uso ricreativo a cui è spesso associata. La risposta proibizionista è stata quella di rilanciare una narrazione allarmistica.

Tuttavia, si tratta di una norma che presenta evidenti contraddizioni, anche alla luce delle interpretazioni giurisprudenziali e amministrative che hanno riconosciuto l'assenza di efficacia drogante nei prodotti conformi ai limiti previsti dalla legge, sostenendo che al dello 0,5% di principio attivo non vi sarebbe un effetto drogante. Purtroppo molte persone, però, hanno subito danni economici, sequestri e stigmatizzazione.

Lo stigma è uno degli aspetti più pesanti e sottovalutati. È qualcosa che le persone temono giustamente e che ha avuto conseguenze molto concrete su imprenditori e lavoratori del settore.

Esiste ancora un futuro per la cannabis light?

Sì, e lo dobbiamo soprattutto agli imprenditori che hanno deciso di resistere. Molti hanno chiuso, altri sono stati travolti dalle difficoltà, ma tanti continuano a credere profondamente in ciò che fanno.

Accanto a loro ci sono associazioni come Canapa Sativa Italia e altre realtà che stanno lavorando insieme agli avvocati per difendere il settore. Si è creata una vera e propria rete di resistenza e sono convinto che questo permetterà a una parte significativa delle aziende di sopravvivere.

Credo inoltre che molte delle disposizioni contenute nel Decreto Sicurezza verranno smentite nei tribunali e sottoposte al vaglio della magistratura, fino ai livelli più alti dell'ordinamento. Successivamente si potrà sicuramente ripartire. Certo, si ripartirà in condizioni molto più difficili rispetto al 2016 e dopo anni di forte pressione sul comparto. Ma chi ha resistito fino a oggi probabilmente sarà in grado di resistere ancora.

A circa un anno dall'uscita del tuo libro, che bilancio fai?

Molto positivo, sono davvero soddisfatto. Una parte dei diritti d'autore è stata devoluta a un'associazione di pazienti che utilizzano la cannabis terapeutica, e questo per me è motivo di grande orgoglio.

La cosa che mi ha dato più soddisfazione, però, sono stati gli incontri con i lettori, soprattutto quelli organizzati in contesti lontani dal settore. La frase che ho sentito più spesso è stata: "Questa storia dovrebbero conoscerla tutti".

Mi riferisco alla storia della nascita del proibizionismo della canapa, che chi lavora nel settore conosce bene ma che è poco nota al grande pubblico. Nel libro ho cercato di raccontarla in modo accessibile, spiegando le influenze politiche, economiche e culturali che hanno portato alla criminalizzazione della pianta. Ed è proprio questo il punto: riuscire a raggiungere chi conosce poco la canapa e la sua storia, facendo capire che non si tratta soltanto di cannabis light o marijuana, ma di una pianta che ha accompagnato l'umanità per millenni e che solo negli ultimi novant'anni è stata progressivamente cancellata dall'immaginario collettivo.

Se potesse far approvare una sola riforma sulla cannabis domani mattina, quale sceglierebbe?

Probabilmente l'autoproduzione. È una proposta semplice e, in un certo senso, rivoluzionaria. Consentire alle persone di coltivare poche piante per uso personale, sia individualmente sia attraverso forme associative come i Cannabis social club, rappresenterebbe un grande passo avanti. Non sarebbe una soluzione perfetta e non sostituirebbe i prodotti disponibili in farmacia, ma offrirebbe un'alternativa concreta al mercato illegale e garantirebbe maggiore autonomia ai cittadini.

Oltre all'attività politica e divulgativa, ti occupi anche di progettazione narrativa. Da dove nasce questa passione?

Fin da ragazzo sono stato appassionato di storie. Ho sempre scritto racconti e testi narrativi. Il primo libro che ho pubblicato era una raccolta di racconti, oggi praticamente introvabile. Successivamente ho pubblicato un romanzo e attualmente sto lavorando a un nuovo romanzo.

Mi affascina capire come funzionano le storie, quali meccanismi riescono a coinvolgere il pubblico e quali invece non funzionano. Per questo ho studiato manuali, frequentato corsi e approfondito la scrittura narrativa. Anche nel mio saggio sulla canapa ho cercato di utilizzare una struttura narrativa capace di coinvolgere il lettore.

Da poco ho iniziato anche a insegnare: ho seguito alcuni studenti individualmente e da settembre terrò un corso di sceneggiatura e narrazione presso una scuola di Salerno. È un'attività che mi appassiona molto.

A cura di
Enrica Cappello

matteo mantero libro una pianta ci salverà

Matteo Mantero
Una Pianta ci salverà. Storia virtuosa della Canapa
Prefazione di Marco Cappato
Bibliotheka Edizioni