La ricerca sul CBD e sulla cannabis terapeutica sta vivendo una fase di forte sviluppo scientifico. Tra evidenze cliniche consolidate e nuove applicazioni ancora in studio - dalla gestione dell’epilessia farmacoresistente al dolore cronico, fino ai disturbi del sonno e dell’ansia - il dibattito resta aperto.
La nostra intervista a Viola Brugnatelli
Abbiamo avuto il piacere di parlare con Viola Brugnatelli, neuroscienziata, divulgatrice scientifica e fondatrice di Cannabiscienza, realtà italiana specializzata in formazione, consulenza e divulgazione sul sistema endocannabinoide e sulla cannabis terapeutica.
A che punto è oggi la ricerca scientifica sul CBD? Possiamo parlare di certezze o siamo ancora in una fase in evoluzione?
Siamo in una fase di straordinaria evoluzione, ma con alcune solide certezze cliniche già consolidate. Se guardiamo alla medicina basata sulle evidenze, il cannabidiolo (CBD) ha ottenuto il massimo riconoscimento farmacologico nel trattamento di forme severe di epilessia farmaco-resistente, come le sindromi di Lennox-Gastaut e di Dravet, attraverso farmaci approvati dagli enti regolatori. Questa è una certezza.
Tuttavia, per ambiti estremamente diffusi come la gestione del dolore cronico, dell'ansia, delle malattie infiammatorie o dei disturbi del sonno, siamo ancora in una fase di transizione tra la ricerca preclinica (in vitro e su modelli animali), gli studi clinici sull'uomo a lungo termine e la Real World evidence.
La complessità del CBD sta nel fatto che non agisce come una chiave classica con una sola serratura; è un composto pleiotropico, capace di interagire con decine di bersagli cellulari diversi. Definire protocolli standardizzati richiede tempo, ma la direzione intrapresa dalla comunità scientifica internazionale è rigorosa e promettente.
Come mai, secondo te, nonostante i progressi scientifici e clinici degli ultimi anni, la cannabis continua ancora oggi a dividere così tanto l’opinione pubblica?
Il problema non è scientifico, è culturale e storico. La cannabis si porta dietro il peso di quasi un secolo di proibizionismo e di una narrazione che l'ha dipinta esclusivamente come sostanza d'abuso d'area ricreazionale. Questo ha creato un profondo "gap di conoscenza" non solo nel pubblico, ma purtroppo anche in una parte della classe medica e istituzionale, che non ha ricevuto una formazione universitaria specifica su questo tema.
Da un lato abbiamo lo stigma radicato, dall'altro un fenomeno opposto ma altrettanto dannoso: l'hype commerciale incontrollato, che vende il CBD come la cura miracolosa per qualsiasi cosa, dalla calvizie al cancro. Questa polarizzazione tra "droga pericolosa" e "panacea di tutti i mali" confonde le persone e divide l'opinione pubblica. La scienza si muove nel mezzo, con sfumature, dati e rigore, ma la complessità fa meno rumore degli slogan.
CBD e benessere vengono spesso associati: che ruolo ha il sistema endocannabinoide nel nostro equilibrio generale e perché oggi è così centrale nella ricerca sul benessere?
Il Sistema Endocannabinoide (SEC) è letteralmente il "direttore d'orchestra" del nostro organismo. È un sistema di segnalazione lipidica presente in tutti i vertebrati che ha un compito preciso: mantenere l'omeostasi, ovvero l'equilibrio interno, al variare delle condizioni esterne. Regola il sonno, l'umore, l'appetito, la risposta immunitaria e la percezione del dolore.
Oggi la ricerca sul benessere si concentra sul SEC perché abbiamo capito che lo stress cronico, lo stile di vita sedentario e l'infiammazione possono "esaurire" o disregolare questo sistema (quella che in letteratura definiamo Carenza Endocannabinoide o Deficit Clinico di Endocannabinoidi). Sostanze come il CBD o altri fitocannabinoidi e terpeni non fanno altro che supportare questo sistema, aiutando il corpo a ritrovare il proprio centro in modo naturale. Curare il Sistema Endocannabinoide significa fare medicina preventiva e sistemica.
Nel tuo percorso di ricerca e divulgazione sul CBD e sulla cannabis terapeutica, ci sono alcune convinzioni che nel tempo hai dovuto rivedere o modificare?
Assolutamente sì, ed è il bello della scienza: se non cambi idea davanti all'evidenza dei dati, stai facendo ideologia, non ricerca. All'inizio del mio percorso, la mia formazione da neuroscienziata cellulare mi portava a guardare i singoli recettori e le singole molecole isolate. Pensavo che studiare il CBD puro in laboratorio fosse la massima espressione dell'efficacia e della precisione terapeutica.
Nel tempo, studiando la clinica e osservando i dati sui pazienti, ho dovuto ricredermi profondamente: la sinergia tra i vari componenti della pianta - fitocannabinoidi principali come THC e CBD, ma anche i cosiddetti "minori" come CBG, CBC, uniti allo spettro dei terpeni - ha un'efficacia terapeutica e un profilo di tollerabilità enormemente superiore rispetto alla singola molecola isolata. Ho dovuto spostare il mio focus dalla farmacologia riduzionista a una visione più olistica e biochimicamente complessa della pianta.
Attraverso le tue pagine social fai molta divulgazione sulla cannabis e sul CBD: quali sono le domande o i dubbi che ricevi più spesso dal pubblico
Le domande spaziano dal pratico al disperato: "Come si assume l'olio di CBD?" oppure "Interagisce con i miei farmaci per la pressione?", fino a richieste di aiuto per parenti con dolore oncologico o patologie neurodegenerative.
Come valuti oggi il livello di informazione delle persone?
Il livello di informazione generale è migliorato rispetto a dieci anni fa, c'è molta più curiosità e meno paura, ma c'è ancora un'enorme confusione normativa e applicativa.
Spesso le persone non sanno che in Italia la cannabis medica è legale ed è prescrivibile da qualsiasi medico iscritto all'ordine. Confondono la cannabis "light" commerciale con i preparati galenici standardizzati ad uso medico realizzati in farmacia. C'è fame di informazione pulita, ed è per questo che con Cannabiscienza insistiamo così tanto sulla formazione scientifica dei professionisti sanitari: il paziente ha bisogno di trovare risposte competenti in farmacia e in ambulatorio, non solo su Google.
Come vedi il futuro della cannabis terapeutica?
Vedo un futuro in cui non si parlerà più di "cannabis" come una categoria medica a sé stante, ma integrata pienamente nella farmacopea ufficiale ed esaminata attraverso la lente della medicina personalizzata. Andiamo verso una comprensione sempre più granulare della pianta: non guarderemo solo al binomio THC/CBD, ma saremo in grado di mappare e utilizzare i profili terpenici e i cannabinoidi minori per creare terapie "sartoriali" per il singolo paziente.
Il vero salto di qualità avverrà quando supereremo l'attuale collo di bottiglia legislativo e burocratico, garantendo una continuità terapeutica stabile e prezzi accessibili. La cannabis medica non è una moda passeggera; è una solida realtà terapeutica basata su una scienza affascinante che ha ancora moltissimo da rivelarci.
Un percorso formativo per i professionisti del settore
Cannabiscienza è la prima accademia e piattaforma di formazione scientifica in Italia dedicata esclusivamente alla cannabis medica e al sistema endocannabinoide. Il suo obiettivo principale è colmare il divario informativo su questo tema, offrendo una seria formazione basata su evidenze scientifiche.
Sul loro sito è possibile iscriversi a un interessante corso propedeutico rivolto a specialisti del settore. Un percorso che permette di comprendere da un punto di vista scientifico che cos’è la cannabis terapeutica, quali varietà sono acquistabili in Italia e, soprattutto, cosa fa della Cannabis Sativa L. una pianta medicinale. Gli obiettivi principali del corso sono:
- Conoscere la botanica e il percorso evolutivo della cannabis
- Comprendere le differenze biochimiche dei prodotti in commercio e delle varietà prescrivibili
- Apprendere le applicazioni medicinali della cannabis, con particolare riferimento al THC e CBD
- Acquisire consapevolezza nella pratiche di terapia personalizzata
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